Psicologia, sociologia e antropologia

Antropologia e sviluppo

margaret mead

“Quando non si è soddisfatti di sé stessi ci si fa psicologi; quando non si è soddisfatti della propria società ci si fa sociologi; quando non si è soddisfatti di se stessi e della propria società, ci si fa antropologi”.

Margaret Mead

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Il parere di un antropologo non è un’ “opinione”.

Ce l’ho con voi, popolino bifolco e fighetto di merda. Sì, pure con te che stai leggendo, ce l’ho proprio con te. E ce l’ho anche un po’ coi miei colleghi antropologi, ché se c’è qualcosa che abbiamo studiato e teorizzato in ogni modo possibile ed immaginabile ma non siamo mai riusciti ad ottenere veramente è proprio IL POTERE. Non inteso come prestigio e supremazia, ma come autorità. I nostri lavori, i nostri studi non hanno valore intellettuale al di fuori dell’accademia, e mi fa incazzare che colleghi ben più illustri di me non se ne preoccupino affatto.

Ma veniamo al perché ce l’ho con voi microcefali.

La maggior parte delle conversazioni al di fuori dell’accademia (la cosiddetta “vita di tutti i giorni”) verte sul tempo, sulla salute, sui sentimenti, e sempre più spesso su argomenti di cui si occupa l’antropologia: cose tipo immigrazione, mutamenti sociali, comportamenti umani, autorappresentazione, chi siamo “noi” e chi sono gli “altri”, genere e sessualità, dove finisce la natura e comincia la cultura (No, non è sociologia. I sociologi sono dei cretini che credono alle statistiche ciecamente come un tempo si credeva agli oroscopi). Se un medico parla di salute, tutti voi lo ascoltate in silenzio. Ci mancherebbe, non avete fatto medicina e non volete certo palesare la vostra ignoranza di fronte a uno che ha studiato decenni per salvare il vostro culo peloso. Se parlo io, antropologa, di antropologia, nel migliore dei casi mi sento ribattere: “Sì, beh, è una tua opinione, ma secondo me [inserire demagogia a caso, es. gli africani fanno tanti figli perché sono ignoranti e primitivi, gli uomini e le donne sono diversi perché hanno un cervello diverso]”. Questo succede SEMPRE e con CHIUNQUE. Allora, miei cari minus habens, dato che sembra proprio non riusciate a capire, lasciate che vi spieghi come stanno le cose con tutta l’arroganza di cui dispongo (perché ve la meritate tutta): allo stesso modo di un medico, un astronauta, un geologo, un giornalista, un biologo, un parrucchiere, un antropologo studia 5+ anni, fa ricerche sul campo, impiega tempo, sudore, fatica, lacrime e soldi, che quasi sempre non riuscirà mai a riguadagnare. Quando un antropologo vi dona un suo parere professionale competente, in scienza e coscienza, lo fa perché nonostante tutto crede che l’umanità prima o poi uscirà da questo imbarbarimento intellettuale di cui voi siete fieri esponenti, e spera di poter offrire un piccolo contributo a questa causa. Il parere di un antropologo su questioni antropologiche non è un’opinione partorita dal culo come la vostra, ma il risultato di ciò che ha appreso leggendo centinaia di libri e facendo mesi di esperienza di campo, e ve lo sta dando gratis.

Pertanto, quando un antropologo parla con voi della materia che gli compete abbiate anche con lui la decenza di ammettere la vostra completa ignoranza, stare zitti e sperare di riuscire ad imparare qualcosa.

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Odio il carnevale.

Secondo alcune interpretazioni antropologiche, feste come quella del carnevale sono nate per circoscrivere il disordine sociale all’interno della società stessa. In altre parole, concedere un periodo dell’anno in cui era consentito folleggiare ed essere chi non si è (mascherarsi) consentiva agli organi di potere di controllare meglio le masse, che a loro volta sfogavano i propri bassi istinti illudendosi che fosse una tradizione o una libera scelta.
A livello razionale mi basterebbe solo questo per schifare il carnevale, ma ovviamente il mio è un astio che comincia molto prima degli studi universitari.

Quando ero alle elementari il carnevale era ancora degno di essere vissuto perché Halloween non esisteva, e il giovedì grasso a scuola ci mascheravamo e facevamo festa tutto il giorno. Poi sono arrivate le scuole medie, e d’improvviso mascherarsi era da sfigati. Ho scoperto con orrore che ormai carnevale significava soltanto truccarsi da pseudo-punk (che ai miei tempi consisteva semplicemente nel truccarsi) e andare in giro con le più fighe della classe ad ingaggiare lotte senza quartiere con altre bande, ad imbrattarsi con quella schiuma sicuramente cancerogena e picchiarsi coi manganelli di plastica. Per cui smisi di festeggiarlo all’età di 11 anni. Non mi piacevano le fighette della mia classe e non volevo stare con loro, anche se desideravo tanto la loro popolarità come una qualsiasi pre-adolescente solitaria.

L’ ultimo baluardo che mi faceva ancora vagamente apprezzare questo periodo è miseramente crollato questi giorni. I dolcetti fritti cominciano ad essere troppo per il mio vetusto apparato digerente, o forse fanno semplicemente più schifo, non so.

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Sfogo misantropico sulle sub-culture

Sentite ragazzini, ormai questa storia dell’indie/hipster vi sta sfuggendo di mano. Che una deve andare su Tumblr e vedersi centomila post depressi che citano Vasco Brondi e Le luci della centrale elettrica ci può pure stare, perché tanto col cavolo che li leggo. Ma quando poi ti devi pure subire quelle foto di merda dell’ennesima treccia fatta ad cazzum canis, o – peggio ancora!!! – quelle sedicenni con l’eye-liner fino alle sopracciglia (annerite anch’esse con gli Uni Posca) e il rossetto rosso da pin-up che ti fissano con quelle smorfie da deficienti finto-incazzate… beh, è davvero troppo. Specialmente perché di solito alle suddette immagini segue la didascalia “Odio i miei capelli :(“, volendo portare furbamente l’attenzione del malcapitato osservatore sulla sua nuova acconciatura alternativa e fashion, magari color arcobaleno. E magari anche rasata da un lato e col ciuffo a banana dall’altro. Basta. E basta pure con tutta questa estetica di falsi intellettuali. Fatevi tutti i tè che volete, avvolgetevi nel plaid più carino che avete e aprite un libro che vi piace, ma poi leggetelo. Non scattatevi foto mentre lo fate, non scrivete che state per farlo sullo stato di Facebook: vi assicuro che non gliene frega niente a nessuno. Leggete per voi stessi.

Andando all’altro capo dell’esistenza, troppi anziani si sono lasciati spappolare il cervello dai programmi che fanno sulla tv nazionale, in qualsiasi rete. Dai, fateci caso. Rimanete per  qualche tempo chiusi in casa a studiare con vostra nonna che guarda la tv in un’altra stanza, e cercate di carpire i dettagli. Ascoltate le urla ciociare di Forum, i giochetti imbecilli de I fatti vostri, la sigla d’inizio della Prova del cuoco, fino a sprofondare nel fango di Pomeriggio 5 e La vita in diretta. Fate caso a queste cose, e vi renderete conto che questi programmi altro non sono che un Albero Azzurro in versione geriatrica. E allora mi viene il sospetto: dicono che da vecchi si ritorna bambini per cause fisiologiche, ma non sarà pure che ciò avviene perché ti trattano – e ti fai trattare – da imbecille?

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Un quarto di secolo

Nel 2008, un anno dopo aver superato l’orizzonte mitico dei 20 anni, così scrivevo:

Ora il traguardo nuovo sono i 25, quando potrò votare per il Senato ed è l’età media degli attori di telefilm adolescenziali quando tentano di spacciarsi per sedicenni.

Beh, oggi ho 25 anni. E adesso?

Onde evitare di cadere in depressione per gli anni che passano (è da qualche tempo che me li sento scivolare via così in fretta… a 15 anni mi sentivo più immortale), istituisco un nuovo traguardo: i 30.

Sarò una fantastica trentenne radical-chic dal fegato devastato dagli happy hour con gli amici e la mente ormai corrosa dal mio stesso acido sarcasmo. Evviva!

… A parte scherzi, auguri a tutti coloro che, come me, festeggiano il compleanno il 14 settembre e magari capitano qui proprio oggi!🙂

Alla prossima ragazzi!

PS: wordpress mi ricorda che questo è anche il mio 300° post da quando ho iniziato il blog. Una combo di ricorrenze… Dite che se lo dico in giro mi fanno due regali?🙂

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Braveheart.

Il coraggio sta nel prendere decisioni che pochi comprendono e che tu non sai spiegare.

Il coraggio sta nell’ammettere a sé stessi che la vita potrebbe essere molto migliore, se solo si osasse inseguire la felicità.

Il coraggio sta nella volontà di credere che abbandonarsi alla propria natura è una scelta che mai sarà rimpianta.

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Incomprensibilità della moda indie/hipster

  • I baffi di Poirot. Sulle magliette, sulle collanine, disegnate su un dito da schiaffare sotto al naso per fare la foto da postare su Tumblr (tramite Instagram). Ho un’idea: perché non lasciarsi crescere i propri, di baffi, anziché toglierli con la ceretta o la pinzetta? Vedrete quanto sarete carine e bon ton.
  • I triangoli. Bravissime, la vostra prof di geometria sarà sicuramente orgogliosa di voi per il vostro improvviso interesse per questa figura che ricreate ovunque, anche con le dita per fare la foto da postare su Tumblr (tramite Instagram). Ma perché trascurare gli altri poligoni? Il trapezio scaleno si sta dando all’alcool, il rombo invece sembra tranquillo ma si vede che sotto sotto rosica. Per non parlare dell’icosaedro.
  • Vomitare arcobaleni. Questa me la dovete proprio spiegare. Perché su una pagina di Facebook ho trovato un disegnino di un dinosauro che vomita un arcobaleno e tra i commenti c’erano svariati “ooooohh *.* <3”, “OMG che meravigliaaaaaa”, un “E’ una combinazione delle cose che adoro *-*”, ma nessun “QUESTA COSA NON HA SENSO”. Mi sarei accontentata anche di un “WTF??? O_o”.
  • La reflex. Forse quelle belle e costose macchine fotografiche si aspettavano qualcosa di più nella loro vita. Che so, ad esempio catturare la luce dell’aurora alle sorgenti del Gange, immortalare grandi imprese. Di certo non sono state fatte per essere utilizzate in modalità automatica e fotografare bigiotteria. Questo ci porta a…
  • Oggettini ed altre amenità. Anellini, braccialetti, orecchini, collanine, scarpe, borse, nail art di gusto opinabile, il tutto avvolto da una luce ambrata per una foto dal sapore un po’ rétro. Portare alla ribalta oggetti di tutti i giorni per sottolineare che l’originalità è fatta di cose semplici, ma allo stesso tempo realizzare un’immagine banale ed ormai inflazionata: questa sì che è avant garde!!!
  • Corpi spezzati. Altro soggetto in voga sono le ragazzine skinny che indossano outfit oversize, o innamorati che si sbaciucchiano, ma senza far vedere il volto. Solo corpicini ancora acerbi dal collo in giù, chiome spettinate, piedi, bocche. Unica concessione: l’occhio, uno solo, perché gli occhi sono lo specchio dell’anima e noi che siamo girl timide e sensibili non vogliamo correre il rischio di esporci troppo ai riflettori. E neppure di fare delle foto davvero artistiche.
  • Shorts dai colori improbabili. Rosa salmone, verde caramella alla menta, giallo canarino scolorito… Un giorno queste ragazze li ritroveranno in un angolino remoto del loro armadio e si chiederanno quale tipo di colla sniffavano al momento dell’acquisto. O forse era la porporina?
  • Tatuaggi abnormi e coloratissimi. Ancore incrostate di conchiglie, nastri, rondini, icone di Hollywood, piume, fiocchi, teschi, cuori anatiomicamente perfetti stampati in mezzo alle tette. De gustibus non disputandum est… però lo sapete che non ve li fanno con i pennarelli Carioca, vero?

Riflettere è considerevolmente laborioso, ecco perché molta gente preferisce giudicare, diceva José Ortega.

Io sono piuttosto pigra.

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